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La Caritas Umbria in Kosovo

Nel 1999, alcuni giovani impegnati al campo Caritas di Nocera Umbra (Perugia) a prestare aiuto alla popolazione colpita dal terremoto del 1997, partono per la Macedonia in soccorso dei profughi kosovari di etnia albanese, sfuggiti alla pulizia etnica della Serbia di Miloševi?. Una missione di emergenza volta a stare accanto alla gente e a dare l'essenziale sostegno materiale nei campi profughi. Tra questi c’erano Massimo Mazzali e Cristina Giovanelli, ancora oggi i responsabili delle case Caritas in Kosovo, dove vivono con i loro quattro figli.

Dopo l’intervento militare della Nato contro la Serbia (maggio 1999) e la fine di Miloševi?, i profughi possono fare rientro in Kosovo. I volontari decidono di accompagnarli per aiutarli nella ricostruzione, restando lì alcuni mesi. Ma un episodio stravolge tutto: la vista di un bambino che viveva semiabbandonato all’interno della cuccia di un cane. I ragazzi decidono allora di prenderlo con loro,  trasformando la loro presenza da temporanea a definitiva. Insieme a questa, sono state tante altre le storie di dolore e di sofferenza che hanno commosso i giovani della Caritas. Da quel momento, si sono aggiunti e si aggiungono ogni anno altri bambini alla grande famiglia portata avanti da Massimo e Cristina.
 
La casa di accoglienza, sostenuta in un primo tempo dalle Caritas di Umbria, Toscana e di Latina, prende man mano la forma attuale. Negli oltre 10 anni di interventi, sono state costruite oltre 300 case per le famiglie bisognose, sostenute molte centinaia di famiglie con viveri, assistenza medica, aiuti scolastici, e inviate in Italia oltre 150 persone per ricevere cure mediche specialistiche. Un aiuto ai più bisognosi senza nessuna distinzione di etnia o di religione.

Oggi è in costruzione a Leskoc (Klina) una nuova grande casa a breve distanza da quella attuale, nella quale saranno realizzati anche dei laboratori per avviare al lavoro i bambini, nel frattempo diventati grandi.  

Dal 17 febbraio del 2008 il Kosovo ha proclamato la propria indipendenza, ancora non riconosciuta dalla Serbia e da altre nazioni del mondo (Russia, Cina, Spagna). 
Tanto è stato fatto per la ricostruzione del 1999 ad oggi, ma sussistono profondi problemi: secondo le Nazioni unite il 45% della popolazione vive in condizioni di povertà. Molto difficile anche il rientro della minoranza serba: i pochi rientrati vivono in "enclaves" sotto tutela dei militari della Nato, tuttora presenti nel paese accanto alla missione Eulex dell'Unione Europea e alla missione UNMIK dell'Onu.

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